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Riflessioni sulla scomparsa di Marco Pantani

di Marco Neri  


Marco PantaniNon c'è nulla che rappresenti meglio l'immagine dell'uomo solo con se stesso come la foto, vera o costruita nella nostra mente, del ciclista scalatore in fuga lungo scoscesi tornanti. Accanto a lui i segni tangibili della potenza della natura e lui umile, piccolo, mortale uomo che le sfida cercando di superare tutto e tutti...soprattutto se stesso.

Battaglia impari del cui finale alla lunga siamo certi ma, anche solo trovare la forza di provarci è atto eroico

Ecco l'immagine che ho di Marco è questa, quella di un combattente che sprigionava il suo mondo a modo suo, in quella forma di arte che sa essere la bicicletta.

Da quando ho sentito la ferale notizia c'è nella mia testa un accostamento che mi torna alla mente, è quello con un altro eroe, sospeso fra mito e realtà, quello di Aiace Telamonio, cugino di Achille, indomito e potente guerriero, privo di retorica e dai modi schietti e diretti. Sapeva combattere e sapeva cosa fosse l'onore.

Quando Achille muore pare a tutti logico che l'onore delle sue armi vada ad Aiace ma, il furbo Ulisse, con proprietà di linguaggio incanta i saggi e, aiutato anche dai favori degli Dei, ottiene lui le armi di Achille.

Aiace aveva solo il suo coraggio e la sua forza, non aveva aiuti divini, deve così ritirarsi con vergogna per l'incapacità di combattere su quel terreno e di non sapersi confrontare contro false motivazioni e stratagemmi inventati dagli Dei contro di lui.

Alla fine, solo e preso da sconforto, si getta sulla sua spada e si uccide; dal suo sangue nascerà un fiore, il Giaginto, simbolo di purezza e coraggio; questo fa pensare che probabilmente gli Dei di fronte a quel gesto hanno capito di avere sbagliato...

Il gesto di Aiace alla luce della nostra cultura può sembrare semplicemente disperato e sconsiderato, ma la nostra è la cultura dell'opportunismo, del compromesso, della retorica (quella che Ulisse possedeva in abbondanza). Nell'ottica di una cultura antologica greca la visione è diversa. Aiace vive per la ricerca della battaglia, della gloria conquistata con fatica e che porta al rispetto degli dei e degli uomini. Quando Aiace sente che tutto questo viene meno si vede coperto di vergogna, è una umiliazione inaccettabile. A quel punto il suicidio è il gesto estremo che può ristabilire la continuità del coraggio e dell'onore.

La ricerca della battaglia senza compromessi è pure ben rappresentata dalla frase rivolta a Zeus mentre altri dei avevano fatto scendere una fitta nebbia per impedirgli di combattere.

"...gridava a dio con tutta la sua voce; uccidimi se vuoi, ma alla luce..."

Non so e non mi interessa se la morte di Marco sia stata casuale o cercata; rimane intatto il contesto, le situazioni, la sofferenza ma, soprattutto, rimangono intatte le gesta, rimane lo sguardo di bambino prigioniero dei suoi sogni, rimane l'ipnotica travolgente e contagiosa euforia dell'uomo che getta il cuore oltre l'ostacolo.

Non posso dire di essere stato amico di Marco, la mia conoscenza era più formale legata alla sua frequentazione in palestra e, quando già campione ci siamo incontrati in occasioni ufficiali più o meno tecniche. Rimpiango però di non essere riuscito a conoscere meglio l?uomo, quello magari nascosto dietro alla corazza del "campione per forza".

Mi piace vedere in lui quel "romagnolismo" tenace e sanguigno che me lo fa accostare come ha detto Zavoli ad un altro grande di questa terra, il Raul Gardini che ora in molti celebrano.

Che tutto questo torni utile a noi ed a tutti coloro che alzano il dito a giudicare senza pensare. A te Marco un ricordo "in punta di piedi", così con quel gesto come quando si stà sui pedali della bici in salita, così come credo ti sarebbe piaciuto potesse essere la tua uscita, semplice e senza retorica con quel sincero cameratismo che si impara soffrendo facendo lo sport, quello vero che anche tu amavi...verrò a trovarti presto, sono certo che sulla tua tomba troverò un Giacinto.


 



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