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Non siamo numeri

di Fabio Zonin  


L'altra notte mi sono svegliato di soprassalto, grondante di sudore, con la frequenza cardiaca prossima alla massima e l'adrenalina oltre ogni limite fisiologico; non sarei sicuramente più riuscito a dormire per il resto della notte, avevo fatto un terribile incubo.

Mi ero iscritto in un modernissimo centro fitness, mi avevano consegnato la tessera magnetica per l'entrata alla sala e per l'uso di spogliatoio, doccia ed armadietti, quella ricaricabile da utilizzare nei distributori automatici di bibite, barrette ed integratori, il tesserino a microchip ove sarebbero stati memorizzati, oltre all'anagrafica, un sacco di altri dati di cui avrei saputo in seguito.

All'atto di iscrizione compilavo, oltre all'apposito modulo, una scheda anamnesica dettagliata ove riportavo, oltre alla mia storia sportiva, tutte le eventuali patologie pregresse, le mie richieste dal punto di vista dei risultati desiderati, la mia disponibilità di tempo, il numero di sedute allenanti che avrei gradito svolgere la settimana e, a scopo puramente statistico, gli orari in cui pensavo avrei principalmente svolto attività in palestra.

Tutto veniva inserito nel computer collegato in rete con quelli delle varie sale da una efficientissima segretaria, abilissima dattilografa, con il trucco impeccabile, un sorriso tatuato, una uniforme ineccepibile, ed una incredibile composizione corporea: muscolo su massa magra 55%, massa grassa 15%, silicone 15%. Una mia foto veniva acquisita grazie alla webcam collegata al computer ed inserita nel mio file assieme agli altri dati.

Mi venne prontamente assegnato, assieme ai tre tesserini, il mio numero di matricola: FZ1811A69. Una volta uscito dallo spogliatoio, passavo nella sala dei test ove un istruttore in uniforme, con una composizione corporea simile a quella della segretaria (forse qualche punto in percentuale di silicone in meno), abbronzatissmo, con le basette regolate di fresco, un trapianto di capelli riuscito benissimo, ed un linguaggio scorrevole e forbito, provvedeva al farmi eseguire la plicometria, alcuni test di valutazione funzionale, ed un test submassimale al cicloergometro.

Il risultati venivano prontamente inseriti nella tessera a microchip. Fui quindi invitato ad accomodarmi nella sala fitness, ove mi sarebbe stato consegnato il programma di allenamento personalizzato. Entrato in sala, mi trovai di fronte ad un altro istruttore (sembrava il clone del precedente), che si trovava dietro un banco ove era situato il terminal di controllo, a cui consegnai il tesserino a microchip che mi fu restituito pochi secondi dopo - "Ecco a lei il suo programma di allenamento odierno".

Mi avventurai quindi nella futuristica sala; a sinistra una fila senza fine di runner, cross trainer, bike, step, a destra una incredibile distesa di macchine isotoniche, dal chest press alla macchina per i flessori ulnari e radiali del carpo (bilancieri e manubri, si sa, erano stati proibiti da alcuni anni dal ministero della sanità), al centro, alcuni box ove inserire la tessera che mi avrebbero indicato a video quale sarebbe stato il prossimo esercizio da svolgere in base al mio programma personalizzato ed alle macchine in quel momento non occupate da altri frequentanti.

Ogni attrezzo era dotato di una fessura ove inserire il microchip e di un video che mi avrebbe erudito sulla corretta esecuzione dell'esercizio, avrebbe controllato la velocità esecutiva, il numero di ripetizioni, il battito cardiaco, i watt di potenza erogati, ed avrebbe automaticamente variato il carico alla serie seguente in base alle rilevazioni effettuate. La sala era pulitissima, impeccabile e, nonostante il notevole affollamento, tutti erano disposti ordinatamente sull'attrezzo indicato loro dal computer, e l'unico rumore era la musica new age di sottofondo, tutti eseguivano il proprio esercizio e nessuno parlava.

Ero entrato in quel centro da più di un'ora e non avevo conosciuto nessuno, non sapevo nemmeno come si chiamassero gli istruttori e la segretaria, ma la cosa più deprimente era che nessuno conosceva il mio; io ero il frequentante numero FZ1811A69.

Okay, forse ho esagerato, forse non sarà mai così, ma sono convinto che una eccessiva asetticizzazione dei centri fitness potrebbe essere controproducente. Ricordo quando le palestre più grandi erano ex capannoni artigianali illuminati con lampade a vapori di sodio, riscaldati con i vecchi e rumorosi convettori a parete, dove al posto del cardiofitness c'erano tre cyclette casalinghe ed un vogatore a frizione meccanica, le più sofisticate macchine isotoniche erano i lat machine, si eseguiva il pulley seduti su di un cuscino per terra, c'erano tonnellate e tonnellate di manubri e bilancieri arrugginiti, e le funzioni di titolare, istruttore, segretaria, manutentore, erano svolte da un'unica persona.

Seppur ricordando quei tempi con un minimo di rimpianto non voglio certo passare per un nostalgico dei tempi andati. È sicuramente un bene che la professionalità sia entrata nelle palestre, assieme ad una specializzazione del personale e ad una certa dose di automatismo.

Ciò che non va dimenticato, però, è che il centro fitness non è solo il luogo dove ci si allena per raggiungere determinate mete, indipendentemente che esse siano una gara di bodybuilding, il fisicaccio da sfoggiare in spiaggia o la semplice ricerca del benessere, ma è anche un ambiente sociale, dove il frequentatore intende trascorrere parte del proprio tempo libero, conoscere altre persone, sentirsi e proprio agio.

La palestra non può essere il Fast Food dove entri, paghi, consumi e te ne vai, senza ricordarti la faccia di chi ti ha servito alla cassa e di chi ha raccolto il tuo vassoio, mentre contemporaneamente per loro sei uno dei tanti scontrini battuti o vassoi ritirati. L'iscriversi in palestra presuppone l'intenzione di frequentare tale ambiente in maniera continuativa, e se ci si troverà bene, vi si trascorrerà parte della propria vita.

Per fidelizzare il cliente, l'ultima cosa da fare è trattarlo come fosse un numero. Lasciamo che i computer svolgano i compiti per cui sono stati creati, ovvero archiviare dati ed eseguire calcoli (ed avranno comunque parecchio lavoro da fare in palestra), e lasciamo all'uomo il compito più importante: quello delle relazioni sociali.

L'istruttore del centro fitness deve saper essere un inflessibile trainer con il ragazzotto proiettato verso il bodybuilding agonistico, un formale tecnico dal linguaggio impeccabile con il direttore di filiale di banca, un baldo e gentile giovine con la signora di mezza età, un obiettivo ma incoraggiante amico per la giovane sovrappeso, un capace adulatore (ma sempre professionale) con la ragazza carina che si sente fotomodella.

Chi viene in palestra vuole essere salutato quando entra e quando esce, essere seguito, fare amicizia con gli altri frequentati e con gli istruttori, desidera che il suo programma di allenamento sia fatto su misura per lui, che l'istruttore si accorga dei risultati da lui ottenuti e sia in grado all'occorrenza di incoraggiarlo o di gratificato, e ne ha tutto il diritto.

Il frequentatore del centro fitness deve sempre sentirsi un individuo parte di un gruppo sociale, mai un numero, e non penso che nessun computer sia in grado di fare ciò che solo un buono staff di un centro può fare; l'unire buone capacità tecniche nel proprio settore con grandi doti umane.


 



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